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Perugia, XX Giugno - Le testimonianze

Testimonianze dirette sui fatti del 20 giugno di due protagonisti. La prima del professor Ferdinando Benucci, arruolatosi volontario per la liberazione, e la seconda di Giuseppe Scarabelli “musicante, suonatore di corno” al seguito dell’esercito svizzero.

 

Presa di Perugia… 20 giugno 1859”

La testimonianza di Ferdinando Benucci, arruolatosi volontario per la liberazione

“Alcune reminiscenze del 20 giugno 1859”. Testimonianza scritta e firmata dal prof. dott. Ferdinando Benucci, arruolatosi volontario per la liberazione, Perugia, 20 luglio 1903

“Compiuta la pacifica rivoluzione del 14 giugno, si pensava alla difesa che si riteneva malagevole per deficienza di armi e più di persone, perché la maggior parte della gioventù (si può dire: l’attuale contingente di leva) era volontaria nel forte esercito piemontese che già poteva dirsi italiano. Ma si comprendeva da tutti che era impegnato il nostro onore e che sarebbe stata viltà il retrocedere dall’impresa.

Cisi arruolava – non rammento dove, ma forse in Municipio – il 17 e il 18 giugno, ed il riscontro era un fogliolino con un numero (144, 2° ruolo: il mio che conservo). Minuzia; ma non ho altro ricordo in proposito.

La sera del 19 ci riunimmo tutti nella caserma di S. Domenico, dove si passò la notte: saremo stati circa cinquecento.

La mattina del 20 vedemmo due ufficiali toscani in uniforme che – ci fu detto – insieme a Carlo Bruschi organizzavano la difesa a porta S. Pietro e al Frontone.

Il Bruschi dopo averci fatto mettere in fila nel cortile della caserma, ci disse alcune poche parole, di cui rammento le frasi che suonavano: non essere timidi come agnelli, non fieri come leoni, ma dover combattere animosi in difesa della libertà e della patria.

Di buon ora si presentò al Bruschi il conte Francesco Donini Alfani; il Bruschi voleva dargli un comando per la difesa di una delle porte della città, ma egli rispose rinunziando e dichiarando di voler combattere insieme al popolo, senza veruna distinzione.

Circa le 9 antimeridiane un distaccamento di una trentina d’uomini comandato da gustavo Sanguinetti e del quale facevo parte, si mosse dalla caserma per andare a custodire la porta del Monte: lungo la strada detta allora Campo di Battaglia, Achille Bartelli ch’era con noi incuorava delle donne che stavano attonite alle finestre a vederci passare. A porta della Pesa una parte del distaccamento, tra cui era forse Bartelli che più non rividi, si diresse alla porta S. Antonio; e mi pare che pure altri in piazza Grimana voltarono per il Bulagaio, dimodoché solo 15 o 16 rimanemmo con Sanguinetti per la porta del Monte.

Eravamo armati alla meglio di un fucile per uno di variati modelli e con poca munizione di polvere e piombo. Io avevo un fuciletto a una canna che credo avrebbe fatto più rumore che danno.

Dopo un paio d’ore venne ordine di distribuirci ai primi piani delle case da S. Agnese alla porta. Però non molto dopo cominciato il combattimento ci fu prescritto di ritornare nel corpo di guardia della porta.

Nelle ore pomeridiane sentimmo continuare la fucilata, qualche colpo di cannone, le campane a martello. Vi fu un tempo di sosta, poi la fucilata ricominciò più viva quando – come si seppe in seguito – furono saccheggiati i negozi nel Corso.

Cominciarono a partire nella porta di S. Angelo coloro che avevano, o preso parte più attiva alla riscossa, o combattuto: ricordo tra i primi il prof. Cesare Ragnotti, e – mi sembra – il conte Antonio Cesarei; e, tra i secondi, Giulio Zucchetti, annerito le mani e il viso dalla polvere del suo fucile. Tutti ci commovevano col dire che la città era in preda al terrore e al saccheggio.

Quando molti dei compromessi erano passati (ci fu detto che Guardabassi padre, Faina ed altri uscirono dalla porta del Bulagaio) e che niuno più si vedeva giungere dall’interno della città, il nostro mandato poteva dirsi esaurito, poiché l’invio del distaccamento a quella porta fu fatto allo scopo di agevolare la via ai partenti. Rientrare subito in città non era forse prudente, ed allora proposi a Sanguinetti di recarci alla villa degli Angeloni all’Elce, dove essi allora dimoravano. Assentì e vi fummo accolti con la più cordiale ospitalità. La mattina del 21, Sanguinetti, deciso di rimanere per cautela qualche giorno in quelle campagne, preparava brevi lettere per la sua famiglia e per altri in città, dove io e alcun altro che non rammento ci disponemmo a cautamente rientrare. Si era in questa determinazione quando intorno alle 10 antimeridiane giunsero di corsa alla villa scalmanati, spaventati sette o otto tra uomini e donne del rione di porta S. Angelo con la notizia – la quale in seguito si riconobbe insussistente – che gli svizzeri, udito come molti perugini fossero sbandati per le colline fuori porta del Monte, avevano inviato dei drappelli a caccia dei fuggiaschi. Udito ciò uscimmo tutti tumultuosamente dalla villa e ci disperdemmo per la campagna. Io mi ritrovai con Leopoldo Angeloni (che non rammento se venne alla villa la sera del 20 o la mattina del 21) ed altri de’ cui nomi non mi sovviene.

Si corse da fuggiaschi per strade traverse e nel pomeriggio si passò quel ch’era allora il confine e si giunse al paese toscano di Mercatale (Cortona), dove la notte fummo ospitatidal negoziante G. B. Puntelli che era uno dei più attivi intermediari tra i cospiratori toscani e gli umbri. La mattina di poi, a dorso di mulo, atteso lo scoscendimento delle vie, si andò a Cortona. Qui il patriottico Municipio fece distribuire pane e denari ai più bisognosi tra i fuggitivi. IO e Leopoldo Angeloni andammo a Firenze, dove giungemmo la mattina del 23 giugno. Colà trovammo altri nostri compagni e tutti eravamo assediati di domande sui casi di Perugia: noi eravamo oltremodo dolenti di no poter dire altro che aver lasciata la città in preda al saccheggio.

Sono noti i generosi soccorsi che allora Firenze prodigò a Perugia.

Di là detti mie notizie al povero vecchio babbo che del 19 giugno era in pena per la mia sorte. Mà’… è antico destino quello di sacrificare alla patria gli affetti di famiglia.

Dopo tre o quattro giorni appresi in Firenze essere stati i disastri perugini il soggetto di un bollettino delle guerre combattute per il risorgimento d’Italia nel 1859. Questo fu il sogno che sacrificio di Perugia era stato valutato e fu come un primo augurio del giorno della nostra liberazione _

14 Settembre 1860!”_

Perugia, 20 Luglio 1903

            Prof. Dott. Ferdinando Benucci

 

“Presa di Perugia… 20 giugno 1859”

La testimonianza di un musicista al seguito del Reggimento estero

 

Testimonianza di Giuseppe Scarabelli, suonatore di corno del 1° Reggimento Estero al servizio della Santa Sede, datata Perugia, 16 febbraio 1903

 Giuseppe Scarabelli di Bologna di anni 73 residente in Perugia fin dal 1859, commesso al magazzino delle privative fin dal 1864

 “Mi trovavo come musicante, suonatore di Corno, 1° Reggimento Estero al servizio della Santa Sede. Come tale ebbi occasione di trovarmi alla presa di Perugia fatta dal Reggimento suddetto il 20 Giugno 1859. Visto che i musicanti effettivi di quel corpo musicale erano italiani, i Musicanti allievi stranieri. Fino a Ponte San Giovanni la Musica marciò in testa; fu posta alla coda sulla strada da ponte San Giovanni a Perugia e precisamente là ove oggi e la Distilleria Lemmi. Non potendo penetrare per la porta san Costanzo perché barricata, il Reggimento fu diviso; alcune compagnie girarono fuori le Mura per San Costanzo, altre, sei o sette, salirono le mura del Frontone e con queste anche la Musica. Mi ricordo, che non essendo atto a salire fui spinto dai compagni ad oltrepassare il muro. Nel piazzale dei castagni erano due cannoni, che ho veduto tirare verso la porta S. Pietro. Stemmo fermi presso S. Pietro circa mezza ora; molti sodati uscivano con fiaschi e damigiane di vino, con prosciutti, formaggi invitandoci a mangiare ed a bere. Mi avvicinai alla porta del 1 ° Chiostro e vidi una ventina di borghesi legati e guardati dai Carabinieri.

Dopo la zuffa avvenuta a porta S. Pietro e superata la resistenza entrò anche la musica in città, seguendo i soldati che tiravano continuamente nelle finestre delle abitazioni. Mi ricordo di questo fatto che un soldato già ubbriaco per il vino bevuto a S. Pietro, fu ripreso dal colonnello Schmidt dicendogli, che cessasse dal tirare, perché era stata data lezione sufficiente; il soldato si rivoltò verso il colonnello come in atto di minacciarlo con la bajonetta. La Musica sequitò i soldati fino a S. Ercolano; sotto l’Albergo erano due cadaveri, deformati e con pozanghera di sangue. Ricordo pure di aver veduto cinque soldati uccisi presso il ferro di cavallo sopra S. Costanzo. Alla porta di S. Pietro morì un capitano, non so se subito o per ferita grave riportata. Il Maestro della Musica, un tedesco, fu caldamente invitato a salire in casa [T]ieri, per chiedergli protezione dopo i fatti ivi avvenuti. Il Maestro restò ivi in alloggio. La Musica alloggiò a San Domenico in quella prima notte. Sono uscito dal Reggimento dopo la battaglia di Castelfidardo, fatto prigioniero dalle truppe italiane.

Perugia 16 Febraio 1903

Scarabelli Giuseppe

 

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